Cosa porta una persona affetta da Disturbo Ossessivo-Compulsivo a temere così tanto le conseguenze di un pensiero o di un’azione? Cosa induce a ritenere che un proprio gesto abbia una rilevanza e una gravità irreparabili? Nel lavoro terapeutico col DOC non è raro riscontrare un’elevata percezione di responsabilità personale da parte dei pazienti.

La paura principale riguarda la possibilità di essere direttamente responsabili di un danno arrecato a se stessi o agli altri. Le fantasie si focalizzano su eventi che di fatto non possono realizzarsi ma che vengono ritenuti altamente probabili proprio a causa della paura che il solo pensiero è sufficiente a scatenare. Dal punto di vista cognitivo sappiamo che temere un evento induce a sovrastimare le probabilità del suo verificarsi, ma come sempre quando parliamo di ossessioni è necessario concentrarsi sull’emozione che precede i pensieri.

Perché un incidente automobilistico che provochi l’investimento di un pedone o di un animale viene immaginato con angoscia se si è alla guida dell’auto e diventa invece un pensiero gestibile se alla guida si trova un’altra persona? Come mai la paura del contagio di malattie è insostenibile quando si sceglie volontariamente di sottoporsi a una visita medica e diventa invece tollerabile se si è costretti a richiedere l’intervento medico per un imprevisto improvviso? Qual’è la differenza? Il fattore discriminante è la percezione di essere direttamente responsabili di quanto accaduto. Un contatto intenzionale con persone o situazioni temute viene vissuto come un’imperdonabile leggerezza, la prova dell’incapacità di proteggersi, di operare scelte corrette.

Al contrario l’esposizione ad un pericolo che non scaturisca dalle proprie decisioni, che non dipenda dalla propria capacità di scegliere, ha un impatto emotivo inferiore non intaccando in misura significativa l’autostima e il senso di valore personale. Il tema della scelta è centrale nel DOC; la responsabilità di eventuali conseguenze negative derivanti dalle proprie scelte risulta un peso difficile da sostenere.

Una delle convinzioni più radicate è che tutto dipenda unicamente dalle scelte compiute in prima persona. La psicoterapia mostra invece l’origine relazionale e interpersonale della stragrande maggioranza degli eventi: nulla o quasi dipende unicamente da ciò che pensiamo o decidiamo, esistono molteplici fattori che non possiamo controllare o che controlliamo solo in parte, ci sono le scelte e le posizioni degli altri, e molto di ciò che viviamo è soggetto ad una quota spesso non trascurabile di imprevedibilità. A cosa serve sentirsi responsabili di tutto ciò che accade? In genere è una strategia inconsapevole per controllare l’imprevedibile, per darsi una spiegazione plausibile di ciò che non si riesce a descrivere e a motivare in modo esaustivo. Prendersi tutte le responsabilità – spesso tutte le colpe – è in molti casi un processo appreso dall’infanzia, una modalità acquisita nelle relazioni familiari che ha avuto la funzione di porre un argine alla paura o all’incertezza prodotte da situazioni emotivamente complesse o pericolose. Da adulti questa propensione a sentirsi responsabili, colpevoli, si configura come una lente di ingrandimento preferenziale, spesso automatica, con cui viene interpretata la realtà. Generalizzando la portata di questo vissuto il soggetto non riesce più a dare un peso relativo ai diversi fattori che concorrono nel generare un determinato esito per una vicenda che lo riguarda o nella quale si sente coinvolto.

La paura di commettere errori, di essere rimproverati, l’abitudine a ricevere critiche e a sentirsi responsabilizzati negativamente attraverso uno stile educativo inflessibile confluiscono nel sentimento pervasivo di poter essere dannosi a se stessi e agli altri, nella percezione che le proprie azioni debbano essere tenute sotto controllo perché potenzialmente distruttive, o più semplicemente nella sensazione di non riuscire a badare a se stessi, di essere incapaci di prendere decisioni orientate al bisogno di sicurezza. In un assetto come quello descritto, fare fantasie negative o addirittura catastrofiche su di sé, su un proprio comportamento strano, bizzarro o colpevole, su una distrazione tanto improbabile quanto angosciante o su una trasgressione ai propri valori e convinzioni morali, si collega alla gravità attribuita agli errori e alle responsabilità personali. Il contenuto delle fantasie diventa quindi uno spauracchio, un’ossessione.

Chi volesse ricevere maggiori informazioni per intraprendere una psicoterapia del Disturbo Ossessivo-Compulsivo può contattare il Dott. Gianluca Frazzoni Psicologo Psicoterapeuta, chiamando il numero 340/1874411 o scrivendo all’indirizzo email info@psicoterapiaemilano.it, e fissare un primo consulto gratuito presso lo studio di Milano.